“Non conta la
consapevolezza che non dovrebbe, che non lo farebbe mai. Ciò che importa è che
potrebbe farlo, se volesse. Il potere di fare del male è uno stato di benessere”
“E si può richiamare
indietro un fulmine? È forse possibile farlo rientrare nella mano?”
Questo libro è stato uno di
quegli acquisti di impulso, basati solamente sulla copertina. In realtà non mi
è piaciuta solo la copertina lucida e di colore rosso corallo. Mi è piaciuta
anche la morbidezza delle pagine, la loro carta setosa. Ero appena uscita dal
loop de “L’amica geniale” e mi trovavo in quella condizione di bulimia
letteraria che, una volta finito un bel libro, ti spinge a cercarne subito un
altro. Comunque, devo dire che sono rimasta molto contenta della mia scelta. Il
plot è molto semplice: un bel giorno le donne, dapprima le adolescenti e poi
via via tutte le altre, si accorgono di possedere una “matassa” in
corrispondenza delle clavicole, che permette loro di liberare una scossa
elettrica. Scossa elettrica che può stordire.. ma anche, spesso e volentieri,
uccidere.
Vi lascio immaginare cosa
succederebbe se un giorno, le donne, in ogni parte del mondo, si svegliassero
con questo incredibile potere: quanti lacci, quante catene spezzate. Ed è
proprio così che comincia la “rivoluzione in rosa” di questo libro: prima nei paesi
arabi, poi in India, in Africa, nei Paesi dell’Est.. via via fino ai paesi
occidentali, le donne si ribellano. Che grande soddisfazione all’inizio, vi
dico, leggere di donne stuprate, picchiate, obbligate a varie tipologia di
doveri imposti, ribellarsi e vendicarsi su uomini in preda al terrore. Uomini
che non riescono a credere di essere diventati il sesso debole. Uomini
increduli e sgomenti di fronte alla crudeltà – quella stessa crudeltà
perpetrata dall’origine del mondo grazie alla sola investitura di Madre Natura –
di donne ebbre di potere.
Migliaia di anni di soprusi
vengono annientati, con la consapevolezza che un mondo comandato da donne sarà sicuramente
migliore di quanto fatto fin’ora dagli uomini.
Beh, non proprio. Come nel
piccolo estratto di cui sopra, il potere è potere. E quando ce l’hai, non puoi
non esercitarlo tuo malgrado. In questo universo alternativo, la situazione si
ribalta: le donne diventano quello che oggi sono gli uomini. Donne ai vertici, donne
“tutrici”, donne stupratrici.. donne che hanno il totale controllo (subdolo o
meno) sulla vita degli uomini.
È difficile spiegare con quanta
raffinatezza l’autrice ci conduca lungo la via dell’orrore di un mondo “in rosa”.
Quante volte ci siamo chieste se effettivamente, grazie al nostro percorso
evolutivo, fossimo davvero migliori degli uomini per governare una nazione. I
luoghi comuni ci vogliono più pazienti, più disposte al dialogo, più
mediatrici, rispetto ai nostri compagni.
Questo romanzo ci dice che queste
sono solo C.A.Z.Z.A.T.E. Il nostro percorso evolutivo ci spiega in maniera
piuttosto chiara come da sempre, sul piano fisico, ci siamo trovate in discreto svantaggio rispetto ai maschi: meno forti, meno veloci, meno massa muscolare.. E
(parlando di tempi primordiali, non al giorno d’oggi) cosa fa una creatura “svantaggiata”?
Media. Tratta. È piuttosto accondiscendente.
Perché? Perché chi ha bisogno di
prendersi qualcosa, se lo prende senza mediare o trattare. Perché siccome è più
forte, è suo di diritto naturale. Ed è quello che succede alle donne del
romanzo: una scarica elettrica e passa la paura. Un passaggio del romanzo è
molto esplicativo:
“Avverto
istintivamente – e mi auguro che per te sia lo stesso – che un mondo retto
dagli uomini sarebbe più gentile, più garbato, più amorevole e intimamente più
incline all’accudimento. Lo hai valutato dal punto di vista della psicologia
evolutiva? Gli uomini si sono evoluti per essere forti lavoratori e custodi del
nucleo domestico, mentre le donne – con i piccoli da proteggere dalle avversità
– sono dovute diventare aggressive e violente.”
Non voglio accennarvi di più: vi consiglio di leggerlo. Non
è il romanzo della vita, è scritto come uno sceneggiato TV e l’ho preso,
mollato e ripreso senza fatica MA.. difficilmente si trovano romanzi dagli
spunti tanto originali e che fanno riflettere.
sono ben 2 anni che non apro questo blog e, guardacaso, sono ben 2 anni che lavoro a tempo indeterminato. Coincidenza? Io non credo (dammit!). Vi dirò la verità, da quando lavoro ho davvero poco tempo da dedicare alla lettura (double dammit!) e purtroppo non è proprio come diceva Pennac, che il tempo lo si trova, perchè quando sei stressato e hai duecento scadenze il giorno dopo, hai solo due pensieri: consegnare il progetto e dormire! Anyway, dal titolo, avrete capito che oggi non mi limiterò ad annoiarvi con le mie vicende sul passaggio dal fancazzismo universitario alla vita reale... vi racconterò dell'ultimo libro che ho letto (700 pagine in due giorni, ma vi ricordate che sono una lettrice rapida quando voglio, vero?). Ora, so bene cosa stanno pensando alcuni di voi.. Ma come? Questa non scrive da 2 anni e decide di recensire questa cagata di Moccia? Ebbene si, siate clementi e pensate che sì, vi dovete ciucciare sta recensione ma che, sì, sono tornata (non so con quale cadenza temporale..)! Comunque, Amor omnia vincit, nel senso che gli do io: il primo amore non si scorda mai.
Sapete che sono una lettrice, oltre che rapida, molto critica. Chiunque dica che 3 metri sopra il cielo fosse scritto male e fosse solo uno dei tanti young adult per decerebrati è in errore. So però quanto i sequel e i prequel possano risultare una versione trita e ritrita. E non vi prenderò in giro dicendo che il nuovo romanzo di Moccia è straordinario, dalla trama avvincente e dai voli stilistici da prestigiatore. Nope. Se dovessi dare un voto a questo romanzo darei un 6. Appena sufficiente. E probabilmente la sufficienza è data dal forte sentimento di nostalgia che è scaturito in me, non appena ho letto su internet che Step e Babi erano tornati. La 18enne che è in me è saltata sulla sedia e si è lanciata nell'acquisto immediato. Ma entriamo nel vivo della recensione:
Come detto sono circa 700 e più pagine. Il libro ètutto sommato scorrevole e ci spiega un po' a che punto sono rimasti i nostri eroi letterari: un tuffo per le strade di Roma e ritroviamo Step che ha una vita tutto sommato soddisfacente (lavora come produttore tv ed è fidanzato con Gin, a sua volta quasi-avvocato) e Babi, infelicemente e riccamente sposata al pirla con cui si era messa in Ho voglia di te. Fin qui nulla di nuovo. Il problema è che Step continua a pensare a Babi (ma va?) e Babi continua a pensare a Step (surprise!). Il tema quindi è: Babi riuscirà a riprendersi Step? Quello dovete scoprirvelo da soli (o scrivermi in privato :D). Moccia vorrebbe tanto che i due personaggi principali ci sembrassero adulti e cresciuti.. si vede proprio che si sforza.. ma nun je la fà. Babi non è cambiata: è la solita stronza egoista e priva di empatia per chiunque non ami (daje così!) mentre Step è irriconoscibile. Ce lo ricordavamo determinato, sicuro e soprattutto coerente, o me lo sono sognato? Ora è il classico pavido 30enne che non riesce a mettere insieme una decisione che sia una, nemmeno con l'aiuto da casa (buuuuuuuh). Complici alcuni colpi di scena finali che mannaggiallui (a Moccia) rendono la vicenda ancora meno credibile, ottenete un libretto che assolve alla sua ragion d'essere solo ed esclusivamente nel finale.
In definitiva, il romanzo si legge abbastanza bene, avrei tagliato solo qualche pagina di magagne decameronesche relative all'attività lavorativa di Step.
Ovviamente sono ancora presenti gli amici di una volta: Pollo (?), che dà consigli a Step anche da morto (grandissimo), Pallina che sembra aver risolto la sua vita e sembra riuscire a vivere anche senza Pollo, la sorella di Babi che tra tutti sembra quella più risolta, la sciura Gervasi (sempre simpatica come un dito nel culo) e il buon Claudio (che ne imbrocca una dietro l'altra).
E Gin? Gin mi è sembrata la caricatura di sè stessa (non che prima mi sembrasse un personaggione memorabile). Ho sempre fatto il tifo per Babi, non lo nascondo. Gin è sempre stata troppo "sottona" e il suo voler vivere una storia d'amore come quella di Step e Babi..senza Babi, ne fa un personaggio caricaturale: sempre insicura, sempre le stesse frasi da cozza appiccicosa.. Per ovviare a questo bagno di melassa devo dire che Moccia ha trovato un espediente un po' infame, che alla fine la fa uscire quasi come una Madonna.
Detto ciò, cocchi i'm back (per quelli a cui interessa). Fatemi sapere se l'avete letto e cosa ne pensate... perchè a quanto pare sembro l'unica ad averlo letto tra i miei conoscenti (anche se su IBS pare sia al 6° posto tra i libri più letti in Italia.... qualcuno si vergogna per caso? Ahaha). Voto: 6
Intervista a Caterina Franceschi, artigiana Amici, come sapete è da molto che non scrivo sul blog ma è anche vero che sono cambiate molte cose: ho lasciato il mio precedente lavoro, ho finito di dare gli esami mancanti, mi sono laureata, mi sono rilassata al mare e ho trovato un nuovo lavoro..insomma aria di cambiamenti. Ma il blog, quello no, non cambia mai. Così ho deciso di intervistare una ragazza che sta cercando di cambiare la sua di vita grazie a una sua grande passione: il cucito. Quello che nasce come un semplice hobby, da una piccola pagina facebook, sta diventando una possibile fonte di guadagno e realizzazione grazie all'impegno e alla creatività che questa ragazza ci sta mettendo. Come sapete, ho da sempre una naturale inclinazione per tutto l'artigianato in generale, ma quando l'artigianato include borse, pochette e tutti quei piccoli accessori che noi donne amiamo, allora la naturale inclinazione si trasforma in vera e propria ossessione ed è cosi che ho conosciuto Caterina Franceschi, di Pistoia :) Nota ai più come "I gioielli di Caterina", mi sono fatta raccontare da lei com'è, coi tempi che corrono, che si prende la decisione di dare vita ad un business così difficile da intraprendere. E questo è quello che mi ha raccontato e che voglio condividere con voi: Ciao Cate, grazie per avermi concesso questa breve intervista, è bello trovare persone che hanno una passione e la inseguono con tanta tenacia come fai tu. Ma raccontami, quando e perchè hai cominciato a creare le cose meravigliose che possiamo ammirare sulla tua pagina Facebook? Caterina: Ho cominciato nel lontano 2002.. dopo essermi diplomata ho iniziato a lavorare in un negozio di arredamento, progettavo e disegnavo, ma avevo una grande passione per il cucito e tutto cio che è manuale. Un bel giorno al negozio fecero pulizia dei campionari di divani, io portai tutto a casa e cominciai a fare borse..Le partavo in un negozio di abbigliamento a Pistoia, dove vivo e cominciai a venderne qualcuna. Due anni dopo ho cominciato a lavorare a tempo pieno in un altro negozio di materiali edili e rivestimenti quindi ho un po abbandonato. Nel 2010 la ditta chiuse e io ho ricominciato. Quindi, è stato un po' un fare di necessità virtù! Lo trovo piuttosto ammirevole, lasciamelo dire :) So che comunque Facebook è pieno di giovani artigiani che tentano di utilizzare i Social Network per far conoscere i propri prodotti. Tu come pensi di estendere il tuo piccolo business? Caterina: Ora sto ingranando, mi sto facendo conoscere tramite i social e le persone come te, che hanno un blog o che fanno parte di qualsiasi cosa che riguardi la moda. Ho ricevuto molte porte in faccia, ma piano piano sto ingranando.. Mi dispiace molto sentire che hai ricevuto molte porte in faccia perchè fai cose davvero stupende e una persona che inizia un'attività del genere secondo me merita tutto il supporto morale e la comprensione che trova. Se le persone fossero un po' più bendisposte nei confronti dell'artigianato, nella situazione attuale forse molti giovani potrebbero reinventarsi un lavoro. Vista questa sfrenata concorrenza, però, cosa distingue i tuoi prodotti da quelli attualmente sul mercato? Perchè una persona dovrebbe scegliere una tua borsa al posto di una griffata? Caterina: Il mio prodotto oltre ad essere fatto interamente a mano è fatto con il cuore e la passione e con materiali un po' piu ricercati di quelli attualmente sul mercato. Ciò che in definitiva caratterizza maggiormente le mie creazioni è l'utilizzo di stoffe che servono a tutt'altro..tende, tappezzeria ecc. Diciamo che la mia passione per l'arredamento si è traslata sulle mie borse. E poi l'idea di rendere felice una persona con una mia creazione mi manda al settimo cielo.. Qual'è secondo te il problema attuale per chi sceglie di diventare artigiano e di provare a vivere di questo mestiere? Caterina: Vorrei farne un lavoro ma il Made in Italy che non sia quello delle grandi marche e il "fatto a mano" non sono molto apprezzati nella mia piccola città...vorrei infatti espandere il mio prodotto il più possibile tramite internet e i social network per fare il grande salto. E perchè secondo te non vengono apprezzati a Pistoia? La Toscana è nota nel mondo per i suoi artigiani..
Bhe a Pistoia tutti vogliono apparire e sono "fatti con lo stampino", la novitá non viene concepita. Se mi tingo i capelli di verde e mi metto le Converse vado bene, se mi vesto normalmente e indosso una borsa diversa dalla Gucci nn va bene.. Mi sembra sia indice di una mentalità un po' ristretta.. Concordo con Caterina e penso che quello che dice, che ha vissuto in prima persona, debba farci riflettere. Visto che si avvicina il Natale (manca ancora un po' ma non fa mai male portarsi avanti no?) perchè non date una bella spinta all'artigianato Made in Italy? Ci sono persone davvero creative e che meritano più di una chance con le loro meraviglie e Caterina è una di queste. E poi, volete mettere un prodotto speciale, spesso unico, rispetto alle solite cagate dei centri commerciali? Perciò, che sia Natale, S.Valentino o Compleanno, compriamo artigianato Made in Italy. Vi lascio con il link Facebook della pagina di Caterina "I gioielli di Caterina" e una bella carrellata di fotografie dei prodotti di Caterina, tra cui la pochette in pelle e tessuto che ha insistito per realizzare appositamente per me :)
Mi piacciono assolutamente tutte ma.. ecco la miaaaa <3
Non è fantastica? So che le donnine già mi invidiano :) Ringrazio Caterina per la sua pazienza e disponibilità, noi invece ci vediamo alla prossima intervista!:) Se avete da segnalarmi cciovini interessanti e rampanti scrivetevi, mi raccomando.
"Tutto il mondo si dissolve nel nulla, e un uomo, che per volontà altrui, ma senza un intimo interesse o un sogno, ricerchi affannosamente denaro, onori o altro, sarà sempre un pazzo." "Certe volte mi accade di non poter capire come un altro possa volerle bene, abbia il diritto di volerle bene, mentre io l'amo così esclusivamente, così intensamente e non conosco, non so, e non ho altro che lei." "Io sono solamente un pellegrino sulla terra; voi siete di meglio?" Werther Carissimi Lettori selvaggi, rieccoci alla collana Live di Newton Compton, per la vostra e mia gioia. Era da moltissimo tempo che volevo leggere qualcosa di Goethe e mi sarebbe piaciuto cominciare da Le affinità elettive ma mi è stato regalato questo e a caval donato, si sa, non si guarda in bocca. Comincio subito dicendo che pensavo fosse molto peggio di quanto in realtà non sia stato riguardo al tono utilizzato da Goethe nei panni di Werther..Dai tempi del liceo, mi ricordavo enormi periodi aulici e pesantezza a cascate. Invece no, ricordavo male. Si, certamente Goethe si esprime in maniera consona alla sua epoca (1800) ma niente di così terribile da approcciare. Essendo uno dei maggiori esponenti del Romanticismo tedesco, è inoltre normale trovare dissertazioni sulla Natura, sullo stato dell'essere umano, sulla felicità e sulla Morte..tuttavia ho abbastanza esperienza in letture di questo filone da aver apprezzato anche quelle parti, seppur con una certa fatica. Entriamo però nel vivo della recensione: cominciamo bene, secondo i mie canoni, perchè innanzitutto è un romanzo epistolare (yeah). Le lettere di Werther, a volte indirizzate al suo amico, tale Guglielmo, a volte indirizzate a sè stesso come se provenissero dal suo diario, raccontano il trasferimento in provincia da parte del protagonista. A causa di avvenimenti passati in città, Werther decide di ritemprare il proprio spirito andando a stabilirsi in campagna per gioire delle piccole cose che la Natura poteva offrirgli. Questo è un tema spesso affrontato dai Romantici..il problema è che talvolta il protagonista di un romanzo romantico è spesso dotato di un temperamento impetuoso e quindi l'interesse per la Natura si spegne non appena il giovane riesce a focalizzare la propria attenzione su una belle dame. Ed è proprio così che succede al nostro Werther: si innamora della figlia ipervirtuosa del borgomastro, Carlotta che però è fidanzata con un altro, Alberto. All'inizio Alberto si trova all'estero per sbrigare alcuni affari, lasciando quindi campo libero a Werther che si innamora pazzamente della giovane, senza però mai manifestare segno alcuno della sua passione per lei. I problemi sorgono quando Alberto torna e Werther si trova suo malgrado nell'infausto ruolo di terzo incomodo. Chi conosce la letteratura dell'800 sa che un fidanzamento all'epoca era inscindibile e che precedeva direttamente il matrimonio quindi Werther parte già svantaggiato nella mente del lettore.. Inutile continuare nella narrazione della trama altrimenti parte un mega-spoiler e Dio non voglia che vi tolga il piacere di leggere questo capolavoro del Romanticisimo tedesco. E' noto ai più, comunque, che quella di Werther è una vera e propria tragedia. E che la cosa, a fine romanzo, è abbastanza irritante. Ps: Se avessi potuto, il titolo che avrei messo a questo post sarebbe stato qualcosa come "Carlotta è 'na zoccola". E con questo concludo. Voto: 8
Non sono una grande fan del genere chick-lit però devo
ammettere che ogni tanto ci sta leggere un romanzo semplice, rapido,indolore.
Quando si ha bisogno di svagarsi un po’ la Kinsella con le sue storie semplici
e poco credibili, è quel che ci vuole. Ho letto questo romanzo a cavallo di due
mesi in due tranches separate: iniziato ad Udine e finito a Cesano Boscone, è
uno di quei romanzi che anche se passan mesi non rischi di dimenticarti i
dettagli della trama perché la trama è talmente semplice che sai già come andrà
a finire ma vuoi lo stesso gustarti un po’ di happy ending a buon mercato. Nei
periodi un po’ giu è quel che ci vuole! Un gruppo di amiche affiatate, una vita
un po’ così, una faccia un po’ così e l’uomo della vita dietro l’angolo. Si,
come no, ditelo anche a Carrie&co. che per trovare un uomo decente a NY hanno dovuto
aspettare sei stagioni e due film. Detto
ciò non so se sono più irritata con la Kinsella che propinandoci sempre la
stessa brodaglia riesce a far milioni a palate o con me stessa che in un
momento di debolezza mi son lasciata trascinare dal genere “e vissero felici e
contenti”. Bah!
Ma siam qui quindi recensiamolo: il romanzo narra le vicende
di Lexi Smart, una giovincella americana che una mattina si sveglia in ospedale
credendo di avere 25 anni, denti da castoro, mani inguardabili e una vita che
va a puttane. Invece scopre di averne 28, di anni, di avere un bellissimo
sorriso, una manicure appena fatta e soprattutto di essere sposata ad un
affascinante giovanotto multimiliardario. Comincia così a capire ce ha avuto un
incidente durante il quale ha perso del tutto la memoria degli ultimi tre anni.
Un bene? Un male? Come ha fatto, da brutto anatroccolo squattrinato a
trasformarsi in un rampante cigno in carriera? Qui comincia la parte
divertente..ovviamente condita da morale perbenista come se piovesse: è sempre
tutto oro quel che luccica?! Ma ovviamente no, cari i miei Capitan Ovvio ..ok
non spoilererò nulla. Leggetevelo quando siete un po’ giu di morale che qualche
risata sicuramente ve la strapperà.
E mi raccomando, godetevi “la vita in stile loft!”
“Il nostro quartiere
sta proprio dietro la stazione. Un giorno un treno ci porterà via, oppure
saremo noi a portar via un treno. Perché il nostro quartiere si chiama
Manolenza, entri che ce l’hai ed esci senza. Senza cosa? Senza autoradio,
senza portafogli, senza dentiera, senza
orecchini, senza gomme dell’auto.” La
storia di Pronto Soccorso e Beauty Case
“Vorrei morire,
morire, morire, morire ma lo fanno già tutti.” California Crawl
“-Dice bene signor
diavolo. Tra artisti. E lei, proprio lei mi accusa del peccato di superbia! Ma
esiste arte senza eccesso? Ciò che chiamiamo misura non è forse la pantofola
che infiliamo dopo un lungo viaggio di visioni? Esiste una lingua senza
metafora, un pranzo senza relever, un diavolo senza zanne?” Il più grande cuoco
di Francia
Avrò letto questo romanzetto almeno due settimane fa ma non
sono riuscita a scriverne la recensione che oggi! Un vero peccato perché l’entusiasmo
che ti lascia una buona lettura purtroppo scema prestissimo. Comunque sia era
da un po’ che volevo leggere un romanzo di Benni e, su suggerimento di un’amica,
un giorno, trovandomi in Mondadori mi
son detta “Bando all’avarizia, spendiamo sti 9 euro”..un piccolo lusso che le
mie povere finanze possono ancora permettersi :D
Non sono una grande fan delle raccolte di racconti..forse perché
penso sia difficile condensare qualcosa di davvero interessante nello spazio di
poche pagine. L’unico autore di fronte al quale mi sono inchinata è stato
Buzzati con i suoi geniali racconti della raccolta La boutique del mistero, dove
ogni storia è una perla. Due su tutti sono La giacca stregata (che potete
leggere qui) e Inviti superflui (che potete leggere qui). Quindi ero un po’
prevenuta nei confronti di questo libro ma devo ammettere invece che Benni ci
sa fare: ha un linguaggio che mi piace e mi ha colpito soprattutto quel suo
essere semplice ma andare dritto al sodo, il tutto condito da un’ottima dose di
ironia che non guasta mai.
Il romanzo in realtà è una raccolta di racconti, 24, che
corrispondono ad altrettanti personaggi e ad altrettante cifre stilistiche. Mi
spiego: l’antefatto narra di un personaggio, chiamato l’Ospite che vagando per
l’immaginario porto di Brigantes si ritrova a seguire un vecchietto molto distinto con una gardenia all’occhiello
il quale, scendendo delle scalette che portano al mare, scompare sott’acqua.
Nel tentativo di salvarlo l’Ospite si troverà anche lui nel suddetto Bar sotto
il mare. Qui, gli avventori, un gruppo di 24 persone, racconteranno a turno le
storie più stravaganti variando per stile e registro. Penso che la versalità di Benni sia
eccezionale e del tutto credibile. Dalle storie del paese Sompazzo che ci
ricorda Vitali, a Nastassa , il racconto dal finale comico sulle orme dei
grandi russi o a Il più grande cuoco di Francia che rimanda a Maupassant , dall’horror
story alla Poe al giallo di Priscilla Mapple che fa molto Agatha Christie, al
racconto Il destino sull’isola di San Lorenzo che invece mi ha riportato ai
profumi brasiliani di Jorge Amado..insomma una varietà unica e ripeto
assolutamente credibile nel suo genere. Ovviamente non tutti i racconti mi sono
piaciuti ma questo dipende moltissimo dal fatto che era come cambiare libro
ogni volta e che ci sono generi che mi piacciono più di altri. Che dire di più?
Merita assolutamente una lettura e penso che per me Il bar sotto il mare
rappresenti il primo di Benni di una lunga serie. Voto 9
Don Tonelli, dopo la sua splendida dichiarazione d’intenti
un po’ joyciana, ha deciso di regalarci una preview della sua raccolta di
racconti: Distorsioni è uno di questi e devo ammettere che tra quelli letti, è
il mio preferito. Se vi interessa dargli un’occhiata lo potete trovare qui in
pdf; lo scaricate in tre secondi. Vi consiglio caldamente la lettura di Distorsioni se avete intenzione di
leggerne la recensione giacchè non spoilero un bel nulla, fannulloni!
"Superata una piccola spiaggia inizia la salita, sempre più in alto, fino alla cima della scogliera. Lassù il sentiero di sassi lascia spazio a una piccola radura verde. Ci sono delle panche di pietra grezza, senza gambe, adagiate sull’erba. Ci sediamo, con l’alito del mare addosso e le stelle per luci. Siamo sul tetto di Bilbao." Paolo
Bravò! E’ quello
che penso mentre finisco di leggere uno dei racconti di Tonelli. Un sacco di
gente dice “Eh scrivo” col sorriso sornione di chi si aspetta che tu dica “Quando
mi fai leggere qualcosa?”. Okay, io sono una di quelle curiosone che va
chiedendo in giro ad aspiranti talenti di leggere le loro opere prima, però
devo ammettere che mi son sempre capitate cagate pazzesche. Non che il racconto
di Giorgio Tonelli sia paragonabile alle perle di Buzzati, no, però è una di
quelle letture che riescono (per quanto brevi) a catapultarti in un’altra
dimensione per un po’. Quindi, come il protagonista, anche noi siamo a Bilbao, anche
noi siamo ad una festa erasmus, anche noi siamo sdraiati sugli scogli con un/a
sconosciuto/a, anche noi in terra
straniera assediati da una lingua straniera e in balia degli eventi: fantastico! Questo è uno degli aspetti
positivi della narrazione di Tonelli: in tre parole e quattro aggettivi ti
dipinge il contesto, ti costruisce un’atmosfera. Touchè, io non ne sono capace. Le vicende sono situate su due livelli spazio-temporali
differenti che si intersecano e qui si passa alle note dolenti: ho dovuto
rileggere alcuni passaggi per capire dove ci trovassimo e soprattutto il perché
di determinati dialoghi. E’ un gran bello strumento quando lo si sa usare..
Probabilmente è un effetto voluto dall’autore perché quando si arriva a leggere
il finale diventa tutto più chiaro ma sembra che ci sia necessità di affinare
ancora un po’ la tecnica, forse.
La trama è originale: un giovincello si ritrova nel Paesi
Baschi e conosce una strana India che, complici un paio di bicchieri di tinto de verano , lo convince ad andare
sugli scogli. Le opzioni che vengono in mente ai più sono o un bell’amplesso al
chiaro di luna dove l’importante non è capirsi ma tarellare (vecchi
sporcaccioni, vi ho beccato) oppure lei che gli tira una mazzata in testa, lo
deruba e scappa (io optavo per questa.. sarà che vedo troppe puntate di Hannibal).
E invece, mi dispiace deludervi, ma lei gli racconta una storia e poi si
abbioccano. Il risveglio dovete leggervelo da soli. Personalmente amo le fiabe
quindi la storia che l’india racconta al protagonista per me è una vera e
propria chicca. Unica cosa gli intermezzi del post-avventura rimangono un
pochino fumosi soprattutto nella parte iniziale.
Detto ciò, per quanto io possa essere amica dell’autore, non
avrei mai recensito un racconto che non potesse definirsi tale. Le
caratteristiche del racconto ci sono tutte. Lo stile denota un bel background
culturale e un’esperienza delle più disparate letture: i retaggi maggiori sono quelli del realismo
sporco bukowskiano anche se per me è palese che Tonelli stia cercando di
definire uno stile tutto suo e che non cada nella banalità del plagio.La
proprietà di linguaggio è molto buona e secondo me c’è del talento.
Intervista a Giorgio Tonelli, aspirante scrittore, 25 anni
Giorgio Tonelli, nato
a Latisana, in provincia di Udine (suo malgrado), il 17 novembre 1988, si
laurea in Scienze della Comunicazione a Padova. Lavora a Milano per un anno e
mezzo come pr, copywriter e gestore dei social, salvo poi riapprodare al mondo
universitario con una specialistica in Comunicazione Pubblica e d’Impresa. Il
suo obiettivo in questo momento è quello di scrivere una raccolta di racconti e
il suo stile ricorda molto il realismo sporco che ultimamente sembra, tra l'altro, essere tornato alla ribalta.
Lettori selvaggi, so che di solito un’intervista contempla
tutta una serie di domande e tutta una serie di risposte in uno scambio di
battute tra due individui. Però, però, però, di rado mi è capitato di fare
un’intervista vis à vis a un mio
conoscente. L’intervista per essere tale e rigorosa, solitamente non avviene
tra due amici che si bevono un caffè e inventarmi domande su cui plasmare le
risposte date nel corso di una conversazione mi sembrerebbe abbastanza
macchinoso e innaturale. E’ per questo che, all’insaputa dello stesso
intervistato, ho deciso di pubblicare qui sul blog un suo flusso di pensieri a
proposito dei suoi obiettivi di aspirante scrittore: come ci siamo detti a
voce, ecco la sua dichiarazione poetica. Ciò che l’intervistato mi ha inviato
in formato Word prima del nostro incontro rispecchia in tutto la conversazione face to face e spero sia per voi
interessante quanto lo è stata per me.
“Allora:
ho iniziato a scrivere al liceo, senza un motivo
particolare. Probabilmente perché mi piaceva leggere ed ero affascinato dal
mondo della letteratura, quindi mi andava di provare. All’inizio leggevo i
classici: Pirandello (lo scrittore che in quel periodo mi ha colpito di più),
Wilde, Hesse, Orwell, ecc. Scrivevo quindi con uno stile classico e retorico,
per così dire, ed ero dell’idea che ogni scritto dovesse contenere un
messaggio, un significato. Finito il liceo ho praticamente smesso di scrivere,
se non sporadici pensieri o avvenimenti. Non sapevo cosa scrivere né come
scriverlo, quindi né stile né contenuto. Le cose sono cambiate a partire da mie
riflessioni sulla scrittura e da due libri che mi hanno regalato: High Fidelity di
Hornby e La Versione di Barney di Richler. Questi romanzi mi hanno insegnato
che esiste un modo di scrivere più informale e leggero, che può comunque essere
coniugato anche ad avvenimenti spiacevoli, dolorosi e via dicendo. La mia
riflessione mi ha invece portato a pensare che, quando si era al liceo, si
pensava a chi scrive come a una persona dotata di una superiore intelligenza,
sensibilità, ecc. Pensa a Baudelaire: il sacerdote del tempio. Quindi: c’è
Baudelaire, sull’altare, che spiega a noi, stronzi profani, il significato
delle cose. Altra metafora: la visione ottocentesca dello scrittore nella torre
d’avorio che osserva, giudica, spiega. Ora, come puoi notare, l’intellettuale
scrittore è in alto, mentre il resto della gente è in basso. Lui vede, noi no;
lui sa, noi no; lui spiega, noi ascoltiamo. L’idea è che lui abbia il potere, e
il compito, di togliere il velo dalle cose, svelandoci un significato profondo,
ultimo, assoluto. Bene: stronzata! Secondo me non c’è nessun significato
ultimo, né tantomeno mi sento di poter spiegare o peggio insegnare qualcosa a
qualcuno. La letteratura è fatta di storie, e le storie sono storie, nulla più.
Lo scrittore, oggi, è lo sbronzo che trovi al bar e ti racconta: Bukowski.
Scoprendo e divorando Buk questa primavera mi è tornata la voglia di scrivere.
È uno sfogo di creatività, è un lasciare libera la mente, è un’avventura. Io
leggo perché mi piacciono le storie, mi piace quel processo di costruzione
mentale del contesto di una storia, mi piace quando ho un libro sul comodino,
lo apro e lascio libera la fantasia. Scrivo per fare la stessa cosa in prima
persona, con lo scopo di lasciare spazi l lettore perché vi si infili, ci metta
del suo. Credo che lo scopo sia quello di divertire, nel senso etimologico di
“portare altrove”, straviare (sì è dialettale ma rende bene). Parto dal
realismo sporco per edulcorarlo un po’ e metterci in mezzo particolari magici o
surreali. Diciamo che al momento il mio stile è in evoluzione, ma comunque sto
raccogliendo delle storie che vorrei pubblicare in una raccolta che vorrei
intitolare Storie della Paroxetina. Parto da esperienze reali della vita di
tutti i giorni e ci ricamo sopra, ispirato anche da certi film (più che altro
per le scelte di montaggio che vorrei riportare allo scritto: tipo i pezzi
invertiti alla Pulp Fiction). Diciamo che per il momento sto sperimentando e
tutto quello che mi viene in mente cerco di buttarlo dentro.”
Ho
strutturato l’intervista in due parti perché ho una chicca da proporvi: su
gentile concessione di Giorgio, abbiamo
una succosa anteprima che consiste in uno dei racconti che andranno a far parte
della raccolta con relativa recensione della sottoscritta. Dopo una
dichiarazione d’intenti così, il minimo che potete fare, è dare una sbirciata :)
“Era una notte incantevole, una di quelle notti che
succedono solo se si è giovani (..)”
“E ti chiedi: dove sono mai i tuoi sogni? E scuoti la testa,
dici: come volano in fretta gli anni! E di nuovo ti chiedi: cosa hai fatto dei
tuoi anni? Dove hai sepolto il tuo tempo migliore? Hai vissuto o no?”
Rieccoci con i grandi classici: come ribadisco per l’ennesima
volta, non sono un’amante dei russi anzi, a parte Gogol e Bulgakov, più li
leggo e più capisco che l’introspezione non fa per me. Cerco comunque di non
partire mai prevenuta e quindi ho deciso di leggere Le notti bianche di
Dostoevskij, complice la trama un po’ adolescenziale che prometteva di trattare
tematiche più leggere. Ma quando mai.
Questo libricino, scritto da un giovane ventisettenne di
nome Fedor Dostoevskij, racchiude tutte le componenti che faranno di lui uno
scrittore immortale e in particolare si concentra sulla figura del sognatore
schilleriano: Le notti bianche narra le vincende di un giovane romantico che
vive di sensazioni e perso nelle sue fantasticherie diurne. Non ha amici, gli
piacerebbe averne ma non osa giacchè ogni contatto sarebbe comunque un
approccio alla realtà che non crede di volere. Una notte però, incontra una
dolce diciassettenne il cui nome è Nast’enka con la quale nascerà una tenera
amicizia cha da parte del giovane si trasformerà inevitabilmente in amore. Le
vicende dei due ragazzi si distribuiscono su un arco temporale di 4 notti e i
due arriveranno a un tale livello di confidenza e amicizia che questo
implicherà il raccontarsi reciprocamente le proprie vite. Ma perché le notti? E perché bianche? No, non
si tratta della commercialata milanese che prevede iniziative di dubbio gusto
culturale e negozi aperti fino all’1 di notte. Si tratta di un evento ben più
romantico e spettacolare: una vera e propria chicca che vi do. Quest’opera
prende il nome dal periodo dell’anno noto per l’appunto col nome di notti bianche, in cui nella Russia del
nord, inclusa la zona di San Pietroburgo, il sole tramonta dopo le 22 (Santa
Wikipedia). Quindi svolgendosi tutto alla luce del sole, non è strano che due
giovani si trovino a parlare su una panchina anche a inizio Novecento.
Detto ciò, la trama è talmente sottile e appesa a un filo
che il raccontarvi altro implicherebbe sicuramente un bello spoiler (per i
quali in passato mi avete già bacchettata). I più svegli di voi e soprattutto
quelli più avvezzi alla lettura dei romanzi russi avranno già capito che per il sognatore schilleriano non può esserci
lieto fine: come potrebbe esserci se il protagonista da sempre vive negando la
realtà e rifugiandosi nel sogno? Interessanti
sono alcuni riflessioni che ho trovato sul web, cercando di capirne di più a
questo proposito: il mondo del fantastico e dell’illusorio in questo caso
vengono visti come il Male, giacchè impedisce al giovane di fruire degli
aspetti reali della vita. Il che è un peccato perché come sappiamo spesso la vita reale superano in bellezza la nostra
immaginazione.
Vi lascio quindi con uno dei pensieri con cui il
protagonista chiude il romanzo: “.. un intero attimo di beatitudine! Ed è forse
poco seppure nell’intera vita di un uomo? (..)”
“Chi dimentica il
passato è condannato a riviverlo” la Mamma
“L’irreale è più
potente del reale. Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui
può spingersi l’immaginazione. Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee,
i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il
legno marcisce. La gente, bè… la gente muore. Ma le cose fragili, come un
pensiero, un sogno, una leggenda, durano in eterno.” Victor Mancini
Amici, era da un po’ che non scrivevo una delle mie
recensioni. Diciamo che è stato un periodo impegnativo e diciamo anche che non
sto trovando letture stimolanti. Ho ancora da finire di leggere ZeroZeroZero di
Saviano, Lui è tornato di Timur Vermes e tutta una serie di Live della Newton Compton
ma, complice il periodo, mi risultano ostici. Vabbè, son convinta che “ogni
libro a suo tempo”. Mi è capitato spesso di rimandare la lettura di diversi
tomi salvo poi divorarli dopo qualche mese.
Ma veniamo a noi. Nel mare di letture che volevo fare, c’era
sicuramente qualcosa di Chuck Palahniuk. Ho scaricato sul mio ebook alcuni dei
titoli più famosi per farmi un’idea su quest’autore e in verità, vi dico che un
romanzo solo non basta ad esprimere un giudizio completo, ovviamente..ma mi sto
attrezzando. Su consiglio di un amico leggerò sicuramente Gang bang.
Soffocare: già dal titolo questo romanzo è tutto un programma. Uno, non leggendo né trama
né niente, si immagina la storia di un serial killer che soffoca le sue vittime
armato di sacchetti di plastica. Ebbene, no, non parla di questo. Soffocare
parla delle vicende di Victor Mancini, un sesso dipendente di 23 anni che lavora
come comparsa nella simulazione di unvillaggio del 1700; Purtroppo Victor
deve occuparsi anche della ex hippie-madre morente. Rinchiusa in un istituto
mentale da 3000 dollari al mese, il ragazzo deve escogitare un modo per far
soldi e ne trova uno davvero inusuale: va
in un ristorante e, fingendo di soffocare, si fa salvare ogni volta da una
persona diversa. Una volta creato il legame di salvatore-salvato, le persone in
questione, sentendosi responsabili per lui, gli inviano del denaro che lui
prontamente utilizza per mantenere sé stesso e sua madre.
No, il protagonista non è
un santo..ma nemmeno uno stronzo. Quando vaga per l’istituto mentale allevia le
pene dei degenti assumendosi tutte le colpe che questi, nel loro delirio
senile, tendono ad attribuirgli scambiandolo per il fratello pervertito o per
il vicino sporcaccione. Il problema è che Palahniuk vuole che il lettore venga
disgustato dalle vicende del giovane. Scene di sesso private di qualsiasi
sentimento o passione, scene di vita
vagabonda con una madre hippie fatta come una mina di non si sa bene quale
droga, insulti gratuiti al giovane protagonista. Non so, non ho trovato così
geniale questo romanzo. E’ sicuramente qualcosa di nuovo, una boccata di aria
fresca dall’ansia che mi pervade ogni volta che entro in Mondadori per colpa di
tutta quella merda young adult
(passatemi il francesismo) ma non è nulla che non abbia già letto. Insomma,
letto Bukowski, merda, sesso e altre vicende tipicamente umane e descritte con
un linguaggio moderno e senza peli sulla lingua, non mi scandalizzano più.
Apprezzabile comunque il
finale a sorpresa e questa sospensione tra realtà, ricordi e grottesco che, da
quel che mi dicono, sia una caratteristica dominante nei romanzi di Palahniuk.
Credo proprio che leggerò un altro paio di opere di questo autore. Mi ha
incuriosito abbastanza!
"Col terrore non si ottiene nulla da nessun animale qualunque sia il suo grado di sviluppo. L'ho sempre affermato, lo affermo e lo affermerò sempre. È inutile credere di poter fare qualcosa con il terrore." Michail Afanas'evič Bulgakov Non sono mai stata un'amante degli animali, credo di avervelo già detto. Non perchè io abbia qualcosa contro, semplicemente non me ne sono mai occupata. Questo romanzo però mi ha incuriosito e come al solito a 0,99 cents vale la pena ampliare i propri orizzonti. L'ho comprato anche perchè avendo abbondantemente apprezzato "Il Maestro e Margherita", ero curiosa di scoprire cosa avesse ancora da dirci il buon vecchio Bulgakov. Amo la scrittura surreale di quest'uomo e mi piace il fatto che pensasse fuori dal coro già a inizio '900. La trama narra le vicende in prima persona di Pallino, un cane randagio che viene raccolto per strada da uno scienziato. Questi trasformerà Pallino in un uomo e dunque viene da chiedersi se la creatura col corpo di uomo e l'anima di cane sia più simile a una bestia o a un essere umano. Qui ci viene in aiuto la quarta di copertina che ci rivela che ".. non è la bestia a diventare più nobile, è lo spirito umano ad abbassarsi al livello canino". Lo scienziato che commette questo abominio nel nome del progresso capirà a sue spese il danno perpetrato a scapito e di Pallino e della sua stessa vita. Un cane randagio che da mite e umile diventa una vera e propria bestia senza regole: l'essere diventato un essere umano diventa un passepartout nella società russa e le castronerie riguardo a cittadinanza, diritto di voto (a un ex cane!) etc sono tematiche quantomai attuali in questo momento, simbolo di quella politica affamata che maschera con finto buonismo un'assoluta indifferenza al buonsenso comune. Questa constatazione, diciamocelo, i più cinici tra noi se la potevano ampiamente già immaginare. Bulgakov è un maestro nel tirar fuori dalle situazioni più grottesche e surreali, una spietata satira della Russia della rivoluzione e dei suoi protagonisti. Ne ha per tutti: dal portinaio al salumiere, dal politico al contadino.. ma quella che Bulgakov fa, non è solo satira fine a sè stessa, quel sarcasmo acido di chi non ha mai soluzioni, bensì è un modo come un altro per spingere le persone a pensare al proprio comportamento. E' proprio vero che ciò che troviamo di così biasimevole negli altri, rischia di passare inosservato qualora si sia a propria volta la persona presa in esame. Un libricino così piccolo ma così denso merita senz'altro una lettura. Inoltre, contestualizzando questo testo, era davvero inusuale che si desse ragione e pensiero ad un cane randagio agli inizi del '900. Consigliato! Voto: 7 1/2
Intervista a Filow Raine e Zoo del Rio, in arte Pantere
Velasca, rappers
Mi ha sempre incuriosito il mondo del rap: soprattutto qui a Milano, dove pare che emergere sia più facile rispetto ad altre città italiane. Chi meglio delle Pantere Velasca per accompagnarci nel tour di questo mondo sommerso? Rapper milanesi con anni di esperienza alle spalle. Conosciamoli insieme!
Ciao ragazzi, benvenuti a Le Boudoir, il piccolo spazio che
abbiamo aperto per le personalità emergenti. Grazie per aver accettato
l’intervista: c’è molta curiosità su un mondo molto spesso sommerso per i non
addetti ai lavori, quello del rap. Iniziamo subito:
Le info che abbiamo su di
voi sono piuttosto stringate: che ne dite di presentarvi per quelli che
ancora non vi conoscono?
Cominciamo col dire che oltre ad essere legati dalla musica
e dal gruppo, siamo soprattutto due amici, due fratelli. Ci conosciamo ormai da
dieci anni (se non di più!) e quello che ci ha uniti sin dall’inizio è la
passione e il senso d’appartenenza verso la cultura hip hop. Quando eravamo più
“pischelli” il rap in Italia non era il fenomeno mainstream che è al momento e
quindi a sedici anni gli unici in compagnia che vestivano Karl Kani e pantaloni
con 10 taglie in più rispetto alle nostre eravamo noi due.
Parliamo un po’ del vostro percorso formativo: sappiamo che prima
facevate parte di una formazione chiamata Fluido 4/4. Perché questo
cambiamento?
Il pre-Pantere ha appunto il nome di Fluido 4/4, gruppo
composto da noi due con l'aggiunta al
terzo microfono di Rajah e alle produzioni Dj Pitt. Il gruppo era nato verso il
2006 e nel 2008 pubblicammo un album dal titolo "Radici che non
bruci", grazie al quale abbiamo avuto la possibilità di esibirci su
moltissimi palchi in giro per l'Italia. Negli ultimi anni abbiamo continuato a scrivere,
registrare e pubblicare canzoni sotto il nome di Fluido 4/4, anche se del
gruppo iniziale gli unici rimasti eravamo noi due. Quando la primavera scorsa
abbiamo iniziato a raccogliere il materiale per lavorare ad un album, abbiamo
sentito l’esigenza di darci un’identità unica, che fosse nostra. Per questo
abbiamo deciso con molta difficoltà di morire come Fluido 4/4 e rinascere sotto
il nome di Pantere Velasca.
Com’è che si comincia? Come vi siete avvicinati a questo genere
musicale?
Filow Raine: la
prima volta che ho sentito del rap è stato quando mi hanno regalato una
cassetta musicale registrata in casa e sopra erano incisi pezzi storici di
gruppi come gli House of Pain, Cypress Hill e Public Enemy. È stato amore a
prima vista, anzi a primo ascolto! Da lì in poi è stata una ricerca continua,
avevo bisogno di sapere da dove arrivasse quel genere, cosa dicevano i rapper
nei loro testi e cosa ci fosse dietro. Dietro c’era l’Hip-Hop, la cultura
Zoo del Rio: io mi
sono avvicinato in maniera trasversale. Sono stato colpito in primis dai
graffiti e le tag. Quando andavo a scuola l’autobus era pieno di tag, sempre
fresche e sempre nuove e anche io volevo lasciare il mio nome. Così con alcuni
compagni di scuola iniziammo a girare su tutti gli autobus e metro in zono,
passando interi pomeriggi in giro, solo per lasciare una tag dopo l’altra. E’
stato quando ho conosciuto Filow che mi sono avvicinato alla scrittura e le
rime.
Quand’è che vi siete detti “Bene, questo è quello che voglio fare
nella vita: il rapper”? C’è stato un episodio in particolare che vi va di
ricordare insieme a noi?
Non esiste un episodio che ti fa dire ok, è questo che
voglio fare. E’ la passione verso qualcosa che ti spinge a farlo. Se invece ci
domandassi cosa ci spinge a continuare a farlo, beh, la risposta sarebbe
semplice. La voglia di esprimersi, creare canzoni per descrivere e urlare
quello che hai in testa in quel momento. Realizzare di fare qualcosa che rimane
inciso per sempre.
Pantere Velasca: un nome particolare. Ci spiegate da cosa deriva?
Cercavamo un nome che fosse unico, che per quanto potesse
essere strano, potesse scatenare nelle persone l’interesse a dire ma che cazzo
di nome è questo.Bene, questa
unicità l’abbiamo trovata in Pantere Velasca. Per noi il nome del gruppo
richiedeva un simbolo di forza, la Pantera, ed un simbolo della città da cui
proveniamo e abbiamo preso in prestito Velasca, dalla Torre.
Il 23 Maggio è uscito il vostro primo album, “Polvere al vento”:
cosa ci avete messo in questo cd? A cosa si riferisce il titolo?
In questo album c’è tutta la passione che abbiamo nel fare
questa cosa, il rap, la
musica. Abbiamo curato ogni minima cosa, scrivendo i testi a
4 mani e scegliendo accuratamente le produzioni. Abbiamo concepito questo album
partendo dal presupposto che doveva essere il nostro biglietto da visita al
pubblico, e per questo doveva raccontare la nostra storia e le nostre
esperienze.
Il titolo è stato scelto in corso d’opera. Polvere al Vento
rappresenta la voglia di lasciare un segno di noi e del nostro passaggio in
questa vita, perché polvere eravamo e polvere torneremo. E' anche una critica a
chi perde l’intera vita alla ricerca del successo e di una qualche affermazione
nella scala sociale e non si sofferma ad apprezzare le cose semplici della
vita. Alla fine sono queste che contano. Se muori ricco ma senza nessuno amico
al tuo fianco, hai vissuto inutilmente.
Ogni disco di solito ha un target: qual è quello di questo album?
A chi volete che arrivino le vostre tracce?
Bella domanda! Sicuramente il target di questo genere musicale
sono ragazzi che vanno dai 13 ai 18 anni per lo più. Noi abbiamo cercato di
scrivere qualcosa che arrivasse anche ai nostri coetanei, fare qualcosa che
anche uno di 30 anni o 40 anni potesse ascoltare, per questo l’album ha delle
tracce molto diverse tra loro, sia per tema affrontato nelle liriche sia per
produzione musicale ma che nell’insieme è risultato amalgamarsi molto bene.
Qual è la traccia alla
quale tenete maggiormente o meglio riuscita? Perché?
Filow Raine:
personalmente sono legato a “Mani”. Il tema della canzone mi girava in testa da
un bel po’ e quando l’ho proposto a Zoo gli è piaciuto molto. L’idea era quella di
scrivere una canzone che parlasse dei gesti che una mano può compiere era
un’idea. Il ritornello racchiude il senso della canzone stessa, dove vengono
appunto analizzati i gesti che si possono compiere con le mani, da quelli più
infimi e meschini (come usare violenza sulle donne), a quelli più innocenti
come la carezza di una mamma al proprio figlio.
Zoo del Rio: per me Velasca, perché è
una di quelle canzoni che se avessi sentito in radio avrei detto, Cazzo! Mi
piace perché ha un sound più vecchia scuola.
Complimenti per il simbolo scelto, una pantera: ha una grafica
molto accattivante. Riprende la tecnica dell’old school tattoo art. C’è un
qualche riferimento particolare o è una scelta puramente estetica?
Wow! Con questa domanda siamo stati colpiti e affondati.
Dici bene, la tecnica del usata per il logo del gruppo ricorda molto la old
school dei tattoo. Non a caso abbiamo scelto e cercato uno che secondo noi è
tra i migliori e particolari tatuatori in Italia e stiamo parlando di Luca
Font. Consigliamo vivamente a chiunque stia leggendo di cercare le sue
creazioni. Grazie a lui siamo riusciti ad avere un logo che raffigurasse una Pantere
ma che non fosse banale e che non riprendesse i tratti delle pantere dei
movimenti politi e studenteschi o ancora peggio della police.
Il nome doveva essere unico così come il simbolo!
Penso che ognuno nella propria vita abbia personalità importanti
alle quali ispirarsi: chi ha ispirato voi? C’è una traccia o una canzone
che ripercorre la vostra vita?
Filow Raine: Nas nella canzone N.Y. State of Mind diceva
così: “I never sleep, cause sleep is the cousin of death”. Questa frase
mi ha folgorato, tanto da essermela tatuata sul braccio. Non posso dormire,
perché se dormissi morirei. Quando sono giù, quando qualcosa non va, mi
ritornano in mente queste parole e mi motivano a fare sempre di più.
Zoo del Rio: lo
sai, noi sogniamo libertà ma alla fine siamo in gabbia esce la rabbia. Non sai, se
siamo tutti figli del destino o se il destino te lo fai. Questa lo diceva Inoki
nella sua canzone “In Volo” e si spiega da sola.
Parlateci un po’ della scena rap milanese attuale: com’è? E’
difficile emergere in una realtà del genere?
Al momento la scena è bella attiva, escono sempre cose nuove
e volti nuovi, qualcosa di figo e altre cose che sono delle cagate, a Milano
così come in tutta Italia. Molto spesso si pensa che se sei di Milano hai molte
più possibilità di emergere ma in realtà non è così perché c’è molta più
concorrenza e contano molto le amicizie e le leccate di culo.
Quali sono i progetti attuali/futuri?
Stiamo lavorando ad un ep da mattere in freedownload per la
fine dell’anno e c’è in cantiere un secondo album ma non sveliamo niente.
Che consigli dareste ai ragazzi che vogliono avvicinarsi a questo
genere musicale?
L’unico consiglio che ci sentiamo di dare è di ascoltare
quanta più roba possibile e cercare di creare una propria identità nel flow
Domanda di rito per gli intervistati di Born to be Wilde: libro
preferito? Perché?
Filow Raine:
Conversazione in Sicilia di E. Vittorini è sicuramente il mio libro preferito,
perché affronta il time del “viaggio” nel senso più profondo del termine.
Zoo del Rio:
confesso di non essere un grande lettore, posso dirti che mi piacciono molto i
romanzi di Edward Bunker.
Il sogno nel cassetto?
Filow Raine:Vivere facendo musica.
Zoo del Rio: Non
dover lasciare i sogni nel cassetto.
Dove sarete tra 10 anni?
Filow Raine:
sicuramente a New York
Zoo del Rio: se
Filow mi ospita sarò anche io a New York. Ahahahahahaha!
Salutateci con una strofa del vostro album:
Siamo polvere al vento, nulla di più di questo,
Polvere al vento, non si può vivere in eterno.
Siamo nati per lasciare un segno, come le stelle nel
firmamento
Siamo polvere lasciata al vento.
E anche per oggi è tutto: vi lascio con il singolo "12 rintocchi". Enjoy!
"Qual cosa è più triste che la vecchiaia del vizio, soprattutto nella donna? Non porta in sé dignità e non ispira curiosità alcuna." "É vero, peró, che ci sono degli incontri di un attimo che valgono piú della corte di un anno intero'' Alexandre Dumas Quando ho visto che nel catalogo Live dei Newton Compton era apparso La Signora delle Camelie indovinate a cosa io abbia mai pensato...nemmeno io credevo di essere tanto colta: mi è venuta mente la celeberrima scena de La Traviata con Pavarotti interprete di Alfredo che canta a Violetta "che gelida manina. se la lasci riscaldar..". Ora, chi di voi non ha un'infarinatura di lirica o comunque non si interessa a questo genere di musica si dirà "e questo che c'entra?!". Amici, questo c'entra eccome perchè il libretto de La Traviata è stato ispirato dalla pièce teatrale di Alexandre Dumas (figlio), ricalcandone la trama. Ma veniamo a noi: ovviamente non potevo perdermi questo libricino a soli 0,99 cents poichè riunisce alcuni degli elementi che mi fanno comprare romanzi un pochino disdicevoli come La fiera delle vanità, Le relazioni pericolose e via dicendo: storie d'amore impossibile, donne di malaffare, cuori puri, ambientazione ottocentesca, gossip, serate mondane presso teatri, ricchi abiti lunghi...insomma, checcevoletefà, mi appassiono di robette semplici, io. La trama? Il romanzo narra della difficile e infelice storia d'amore tra Margherita Gautier, la cortigiana più bella e famosa dell'epoca e Armando Duval, giovane poco facoltoso. I problemi che riscontra questa love story sono quelli che si possono facilmente immaginare: gelosia, problemi economici, incomprensioni, stili di vita differenti.. Non sto qui a spoilerare uno schema narrativo già visto, se vi interessa leggetevi questo libricino. Il giudizio che do a questo romanzo è positivo: amo lo stile dei Dumas in generale e bisogna rendere solo onore a due dei più grandi contributori della letteratura francese. Ovviamente l'originalità delle trame di Dumas figlio rispetto a Dumas padre è incomparabile. La pecca di Dumas figlio è il riproporre il clichè già visto della meretrice dal cuore puro che tenta di espiare i suoi peccati grazie all'amore per un giovane semplice che si, bello, romantico ma un po' di pepe ci voleva. Quanto alla caratterizzazione dei personaggi, a mio modesto parere, non ci siamo..c'è un'ottima descrizione fisica dei protagonisti ma dal punto di vista del carattere manca qualcosa. Sarà che ormai, piacendomi questo filone in maniera esagerata, io abbia letto talmente tante storie simili a questa che ho termini di paragone abbastanza alti coi quali confrontare questo romanzo. Mi piace come al solito l'espediente del narratore interno: ci permette di scoprire i fatti in compagnia delle opinioni e delle supposizioni di un terzo che a fine romanzo è come se fosse diventato nostro amico. Questa maniera di strutturare il filo conduttore del romanzo la ritroviamo anche in Sherlock Holmes e nei racconti di Lovecraft e davvero, mi piace moltissimo. Tutto sommato è stata una lettura molto piacevole e le riflessioni del narratore interno molto interessanti. Dumas ci lascia qualche citazione da annotare e questo è sempre un ottimo motivo per leggere un libro. Voto: 6 1/2