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lunedì 16 settembre 2013

Piccole recensioni per piccoli risparmiatori n°6: Cuore di cane di Michail Afanas'evič Bulgakov

 "Col terrore non si ottiene nulla da nessun animale qualunque sia il suo grado di sviluppo. L'ho sempre affermato, lo affermo e lo affermerò sempre. È inutile credere di poter fare qualcosa con il terrore." Michail Afanas'evič Bulgakov

Non sono mai stata un'amante degli animali, credo di avervelo già detto. Non perchè io abbia qualcosa contro, semplicemente non me ne sono mai occupata. Questo romanzo però mi ha incuriosito e come al solito a 0,99 cents vale la pena ampliare i propri orizzonti. L'ho comprato anche perchè avendo abbondantemente apprezzato "Il Maestro e Margherita", ero curiosa di scoprire cosa avesse ancora da dirci il buon vecchio Bulgakov. Amo la scrittura surreale di quest'uomo e mi piace il fatto che pensasse fuori dal coro già a inizio '900. 
La trama narra le vicende in prima persona di Pallino, un cane randagio che viene raccolto per strada da uno scienziato. Questi trasformerà Pallino in un uomo e dunque viene da chiedersi se la creatura col corpo di uomo e l'anima di cane sia più simile a una bestia o a un essere umano. Qui ci viene in aiuto la quarta di copertina che ci rivela che ".. non è la bestia a diventare più nobile, è lo spirito umano ad abbassarsi al livello canino". Lo scienziato che commette questo abominio nel nome del progresso capirà a sue spese il danno perpetrato a scapito e di Pallino e della sua stessa vita. Un cane randagio che da mite e umile diventa una vera e propria bestia senza regole: l'essere diventato un essere umano diventa un passepartout nella società russa e le castronerie riguardo a cittadinanza, diritto di voto (a un ex cane!) etc sono tematiche quantomai attuali in questo momento, simbolo di quella politica affamata che maschera con finto buonismo un'assoluta indifferenza al buonsenso comune. Questa constatazione, diciamocelo, i più cinici tra noi se la potevano ampiamente già immaginare. Bulgakov è un maestro nel tirar fuori dalle situazioni più grottesche e surreali, una spietata satira della Russia della rivoluzione e dei suoi protagonisti. Ne ha per tutti: dal portinaio al salumiere, dal politico al contadino.. ma quella che Bulgakov fa, non è solo satira fine a sè stessa, quel sarcasmo acido di chi non ha mai soluzioni, bensì è un modo come un altro per spingere le persone a pensare al proprio comportamento. E' proprio vero che ciò che troviamo di così biasimevole negli altri, rischia di passare inosservato qualora si sia a propria volta la persona presa in esame. Un libricino così piccolo ma così denso merita senz'altro una lettura. Inoltre, contestualizzando questo testo, era davvero inusuale che si desse ragione e pensiero ad un cane randagio agli inizi del '900. Consigliato!
Voto: 7 1/2


domenica 8 settembre 2013

#6 Le Boudoir: intervista alle Pantere Velasca, duo rapper

Intervista a Filow Raine e Zoo del Rio, in arte Pantere Velasca, rappers


Mi ha sempre incuriosito il mondo del rap: soprattutto qui a Milano, dove pare che emergere sia più facile rispetto ad altre città italiane. Chi meglio delle Pantere Velasca per accompagnarci nel tour di questo mondo sommerso? Rapper milanesi con anni di esperienza alle spalle. Conosciamoli insieme!

Ciao ragazzi, benvenuti a Le Boudoir, il piccolo spazio che abbiamo aperto per le personalità emergenti. Grazie per aver accettato l’intervista: c’è molta curiosità su un mondo molto spesso sommerso per i non addetti ai lavori, quello del rap. Iniziamo subito:

  1. Le  info che abbiamo su di voi sono piuttosto stringate: che ne dite di presentarvi per quelli che ancora non vi conoscono?
Cominciamo col dire che oltre ad essere legati dalla musica e dal gruppo, siamo soprattutto due amici, due fratelli. Ci conosciamo ormai da dieci anni (se non di più!) e quello che ci ha uniti sin dall’inizio è la passione e il senso d’appartenenza verso la cultura hip hop. Quando eravamo più “pischelli” il rap in Italia non era il fenomeno mainstream che è al momento e quindi a sedici anni gli unici in compagnia che vestivano Karl Kani e pantaloni con 10 taglie in più rispetto alle nostre eravamo noi due.

  1. Parliamo un po’ del vostro percorso formativo: sappiamo che prima facevate parte di una formazione chiamata Fluido 4/4. Perché questo cambiamento?
Il pre-Pantere ha appunto il nome di Fluido 4/4, gruppo composto da noi due  con l'aggiunta al terzo microfono di Rajah e alle produzioni Dj Pitt. Il gruppo era nato verso il 2006 e nel 2008 pubblicammo un album dal titolo "Radici che non bruci", grazie al quale abbiamo avuto la possibilità di esibirci su moltissimi palchi in giro per l'Italia. Negli ultimi  anni abbiamo continuato a scrivere, registrare e pubblicare canzoni sotto il nome di Fluido 4/4, anche se del gruppo iniziale gli unici rimasti eravamo noi due. Quando la primavera scorsa abbiamo iniziato a raccogliere il materiale per lavorare ad un album, abbiamo sentito l’esigenza di darci un’identità unica, che fosse nostra. Per questo abbiamo deciso con molta difficoltà di morire come Fluido 4/4 e rinascere sotto il nome di Pantere Velasca.

  1. Com’è che si comincia? Come vi siete avvicinati a questo genere musicale?
Filow Raine: la prima volta che ho sentito del rap è stato quando mi hanno regalato una cassetta musicale registrata in casa e sopra erano incisi pezzi storici di gruppi come gli House of Pain, Cypress Hill e Public Enemy. È stato amore a prima vista, anzi a primo ascolto! Da lì in poi è stata una ricerca continua, avevo bisogno di sapere da dove arrivasse quel genere, cosa dicevano i rapper nei loro testi e cosa ci fosse dietro. Dietro c’era l’Hip-Hop, la cultura
Zoo del Rio: io mi sono avvicinato in maniera trasversale. Sono stato colpito in primis dai graffiti e le tag. Quando andavo a scuola l’autobus era pieno di tag, sempre fresche e sempre nuove e anche io volevo lasciare il mio nome. Così con alcuni compagni di scuola iniziammo a girare su tutti gli autobus e metro in zono, passando interi pomeriggi in giro, solo per lasciare una tag dopo l’altra. E’ stato quando ho conosciuto Filow che mi sono avvicinato alla scrittura e le rime.

  1. Quand’è che vi siete detti “Bene, questo è quello che voglio fare nella vita: il rapper”? C’è stato un episodio in particolare che vi va di ricordare insieme a noi?
Non esiste un episodio che ti fa dire ok, è questo che voglio fare. E’ la passione verso qualcosa che ti spinge a farlo. Se invece ci domandassi cosa ci spinge a continuare a farlo, beh, la risposta sarebbe semplice. La voglia di esprimersi, creare canzoni per descrivere e urlare quello che hai in testa in quel momento. Realizzare di fare qualcosa che rimane inciso per sempre.

  1. Pantere Velasca: un nome particolare. Ci spiegate da cosa deriva?
Cercavamo un nome che fosse unico, che per quanto potesse essere strano, potesse scatenare nelle persone l’interesse a dire ma che cazzo di nome è questo. Bene, questa unicità l’abbiamo trovata in Pantere Velasca. Per noi il nome del gruppo richiedeva un simbolo di forza, la Pantera, ed un simbolo della città da cui proveniamo e abbiamo preso in prestito Velasca, dalla Torre.

  1. Il 23 Maggio è uscito il vostro primo album, “Polvere al vento”: cosa ci avete messo in questo cd? A cosa si riferisce il titolo?
In questo album c’è tutta la passione che abbiamo nel fare questa cosa, il rap, la musica. Abbiamo curato ogni minima cosa, scrivendo i testi a 4 mani e scegliendo accuratamente le produzioni. Abbiamo concepito questo album partendo dal presupposto che doveva essere il nostro biglietto da visita al pubblico, e per questo doveva raccontare la nostra storia e le nostre esperienze.
Il titolo è stato scelto in corso d’opera. Polvere al Vento rappresenta la voglia di lasciare un segno di noi e del nostro passaggio in questa vita, perché polvere eravamo e polvere torneremo. E' anche una critica a chi perde l’intera vita alla ricerca del successo e di una qualche affermazione nella scala sociale e non si sofferma ad apprezzare le cose semplici della vita. Alla fine sono queste che contano. Se muori ricco ma senza nessuno amico al tuo fianco, hai vissuto inutilmente.

  1. Ogni disco di solito ha un target: qual è quello di questo album? A chi volete che arrivino le vostre tracce?
Bella domanda! Sicuramente il target di questo genere musicale sono ragazzi che vanno dai 13 ai 18 anni per lo più. Noi abbiamo cercato di scrivere qualcosa che arrivasse anche ai nostri coetanei, fare qualcosa che anche uno di 30 anni o 40 anni potesse ascoltare, per questo l’album ha delle tracce molto diverse tra loro, sia per tema affrontato nelle liriche sia per produzione musicale ma che nell’insieme è risultato amalgamarsi molto bene.

  1. Qual è  la traccia alla quale tenete maggiormente o meglio riuscita? Perché?
Filow Raine: personalmente sono legato a “Mani”. Il tema della canzone mi girava in testa da un bel po’ e quando l’ho proposto a Zoo gli è piaciuto molto. L’idea era quella di scrivere una canzone che parlasse dei gesti che una mano può compiere era un’idea. Il ritornello racchiude il senso della canzone stessa, dove vengono appunto analizzati i gesti che si possono compiere con le mani, da quelli più infimi e meschini (come usare violenza sulle donne), a quelli più innocenti come la carezza di una mamma al proprio figlio.
Zoo del Rio: per me Velasca, perché è una di quelle canzoni che se avessi sentito in radio avrei detto, Cazzo! Mi piace perché ha un sound più vecchia scuola.

  1. Complimenti per il simbolo scelto, una pantera: ha una grafica molto accattivante. Riprende la tecnica dell’old school tattoo art. C’è un qualche riferimento particolare o è una scelta puramente estetica?
Wow! Con questa domanda siamo stati colpiti e affondati. Dici bene, la tecnica del usata per il logo del gruppo ricorda molto la old school dei tattoo. Non a caso abbiamo scelto e cercato uno che secondo noi è tra i migliori e particolari tatuatori in Italia e stiamo parlando di Luca Font. Consigliamo vivamente a chiunque stia leggendo di cercare le sue creazioni. Grazie a lui siamo riusciti ad avere un logo che raffigurasse una Pantere ma che non fosse banale e che non riprendesse i tratti delle pantere dei movimenti politi e studenteschi o ancora peggio della police.
Il nome doveva essere unico così come il simbolo!

  1. Penso che ognuno nella propria vita abbia personalità importanti alle quali ispirarsi: chi ha ispirato voi? C’è una traccia o una canzone che ripercorre la vostra vita?
Filow Raine: Nas nella canzone N.Y. State of Mind diceva così: “I never sleep, cause sleep is the cousin of death”. Questa frase mi ha folgorato, tanto da essermela tatuata sul braccio. Non posso dormire, perché se dormissi morirei. Quando sono giù, quando qualcosa non va, mi ritornano in mente queste parole e mi motivano a fare sempre di più.
Zoo del Rio: lo sai, noi sogniamo libertà ma alla fine siamo in gabbia esce la rabbia. Non sai, se siamo tutti figli del destino o se il destino te lo fai. Questa lo diceva Inoki nella sua canzone “In Volo” e si spiega da sola.

  1. Parlateci un po’ della scena rap milanese attuale: com’è? E’ difficile emergere in una realtà del genere?
Al momento la scena è bella attiva, escono sempre cose nuove e volti nuovi, qualcosa di figo e altre cose che sono delle cagate, a Milano così come in tutta Italia. Molto spesso si pensa che se sei di Milano hai molte più possibilità di emergere ma in realtà non è così perché c’è molta più concorrenza e contano molto le amicizie e le leccate di culo.  

  1. Quali sono i progetti attuali/futuri?
Stiamo lavorando ad un ep da mattere in freedownload per la fine dell’anno e c’è in cantiere un secondo album ma non sveliamo niente.

  1. Che consigli dareste ai ragazzi che vogliono avvicinarsi a questo genere musicale?
L’unico consiglio che ci sentiamo di dare è di ascoltare quanta più roba possibile e cercare di creare una propria identità nel flow

  1. Domanda di rito per gli intervistati di Born to be Wilde: libro preferito? Perché?
Filow Raine: Conversazione in Sicilia di E. Vittorini è sicuramente il mio libro preferito, perché affronta il time del “viaggio” nel senso più profondo del termine.
Zoo del Rio: confesso di non essere un grande lettore, posso dirti che mi piacciono molto i romanzi di Edward Bunker.

  1. Il sogno nel cassetto?
Filow Raine: Vivere facendo musica.
Zoo del Rio: Non dover lasciare i sogni nel cassetto.

  1. Dove sarete tra 10 anni?
Filow Raine: sicuramente a New York
Zoo del Rio: se Filow mi ospita sarò anche io a New York. Ahahahahahaha!

  1. Salutateci con una strofa del vostro album:
Siamo polvere al vento, nulla di più di questo,
Polvere al vento, non si può vivere in eterno.
Siamo nati per lasciare un segno, come le stelle nel firmamento

Siamo polvere lasciata al vento.

E anche per oggi è tutto: vi lascio con il singolo "12 rintocchi". Enjoy!




Piccole recensioni per piccoli risparmiatori n°5: La signora delle Camelie di Alexandre Dumas

"Qual cosa è più triste che la vecchiaia del vizio, soprattutto nella donna? Non porta in sé dignità e non ispira curiosità alcuna."
"É vero, peró, che ci sono degli incontri di un attimo che valgono piú della corte di un anno intero'' Alexandre Dumas

Quando ho visto che nel catalogo Live dei Newton Compton era apparso La Signora delle Camelie indovinate a cosa io abbia mai pensato...nemmeno io credevo di essere tanto colta: mi è venuta mente la celeberrima scena de La Traviata con Pavarotti interprete di Alfredo che canta a Violetta "che gelida manina. se la lasci riscaldar..". Ora, chi di voi non ha un'infarinatura di lirica o comunque non si interessa a questo genere di musica si dirà "e questo che c'entra?!". Amici, questo c'entra eccome perchè il libretto de La Traviata è stato ispirato dalla pièce teatrale di Alexandre Dumas (figlio), ricalcandone la trama. 
Ma veniamo a noi: ovviamente non potevo perdermi questo libricino a soli 0,99 cents poichè riunisce alcuni degli elementi che mi fanno comprare romanzi un pochino disdicevoli come La fiera delle vanità, Le relazioni pericolose e via dicendo: storie d'amore impossibile, donne di malaffare, cuori puri, ambientazione ottocentesca, gossip, serate mondane presso teatri, ricchi abiti lunghi...insomma, checcevoletefà, mi appassiono di robette semplici, io.
La trama? Il romanzo narra della difficile e infelice storia d'amore tra Margherita Gautier, la cortigiana più bella e famosa dell'epoca e Armando Duval, giovane poco facoltoso. I problemi che riscontra questa love story sono quelli che si possono facilmente immaginare: gelosia, problemi economici, incomprensioni, stili di vita differenti.. Non sto qui a spoilerare uno schema narrativo già visto, se vi interessa leggetevi questo libricino.
Il giudizio che do a questo romanzo è positivo: amo lo stile dei Dumas in generale e bisogna rendere solo onore a due dei più grandi contributori della letteratura francese. Ovviamente l'originalità delle trame di Dumas figlio rispetto a Dumas padre è incomparabile. La pecca di Dumas figlio è il riproporre il clichè già visto della meretrice dal cuore puro che tenta di espiare i suoi peccati grazie all'amore per un giovane semplice che si, bello, romantico ma un po' di pepe ci voleva. 
Quanto alla caratterizzazione dei personaggi, a mio modesto parere, non ci siamo..c'è un'ottima descrizione fisica dei protagonisti ma dal punto di vista del carattere manca qualcosa. Sarà che ormai, piacendomi questo filone in maniera esagerata, io abbia letto talmente tante storie simili a questa che ho termini di paragone abbastanza alti coi quali confrontare questo romanzo.
Mi piace come al solito l'espediente del narratore interno: ci permette di scoprire i fatti in compagnia delle opinioni e delle supposizioni di un terzo che a fine romanzo è come se fosse diventato nostro amico. Questa maniera di strutturare il filo conduttore del romanzo la ritroviamo anche in Sherlock Holmes e nei racconti di Lovecraft e davvero, mi piace moltissimo.
Tutto sommato è stata una lettura molto piacevole e le riflessioni del narratore interno molto interessanti. Dumas ci lascia qualche citazione da annotare e questo è sempre un ottimo motivo per leggere un libro.
Voto: 6 1/2



sabato 7 settembre 2013

Macchianera Italian Award 2013

"Siiii puòòòò faaaareee"
Frederik Frankestein, Frankestein Junior





Ciao Lettori Selvaggi! Lo so che probabilmente vi siete sentiti abbandonati o avete pensato che mi fossi stufata di scrivere qui sul blog: errore. Sono più carica che mai e pronta con mille nuove recensioni: Il corsaro nero, La signora delle camelie, Le notti bianche, Zero zero zero..e chi più ne ha più ne metta ma per ora procediamo con calma per non far confusione. Volevo informarvi del fatto che Born to be Wilde è inaspettatamente stato nominato tra i dieci finalisti in gara per i Macchianera Italian Award 2013 nella categoria Miglior sito letterario. Incredibile vero? Per me sicuramente si, non credevo mi voleste così bene.. non sto a dirvi quale soddisfazione sia per me rientrare in questa classifica dopo nemmeno 6 mesi di attività (se così possiamo definirla). Non mi prendo assolutamente il merito di questo traguardo nè credo di averne il talento necessario perciò devo tutto a voi che credete in me così tanto. Questo quindi è un post che scrivo sia per ringraziarvi umilmente per avermi accordato la vostra preferenza letteraria e, visto che ci siamo, per rinnovare l'invito a votare Born to be Wilde per le finali che si terranno a Rimini il 20 settembre. Vi ricordo che potete votare questo blog sino al 19 settembre sera. Che altro dire? Sarebbe un sogno che si realizza :)
Vi lascio il link qui per votare me o chiunque vi piaccia oppure potete direttamente compilare il form qua sotto. Comunque vada, sarà un successo! 
Keep on dreaming!


 

lunedì 1 luglio 2013

Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli

Ho sempre avuto la voglia di leggere “Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli, sin dai tempi della ri-edizione del 50esimo Feltrinelli. Mi ha sempre ispirato: un po’ perché racconta la generazione degli anni ’70, quella generazione di cui si racconta sottovoce, quella generazione che la voglia di vivere noi degli anni ‘80/’90 ce la sogniamo, quella generazione che non aveva paura di scendere in piazza con in testa un ideale, quella generazione che De Andrè e Battisti se li è goduti..un po’ perché rappresenta la descrizione della gioventù emiliana a cui Ligabue (mio mito) sente di appartenere. Al centro delle vicende Reggio Emilia e Correggio come luoghi di morte e rinascita intellettuale.
Vi dirò, all’inizio, con questo stile un po’ così, con queste scelte lessicali un po’ così, non riusciva a prendermi molto ma mano a mano che procedevo nella lettura mi sono affezionata a questo stile di vivere così diverso dal mio, a questi miti che io posso solo leggere su Wikipedia. E’ stato come tuffarsi nel passato di qualcun altro e rendersi conto che davvero alcuni son più fortunati degli altri perché fanno la storia e nemmeno se  ne accorgono. Mi ha ricordato per un breve momento “Noi, ragazzi dello Zoo di Berlino” per la voglia di vivere e il malessere dei ragazzi protagonisti.  Il sapore che lascia in bocca è agrodolce: non aspettatevi lieti fini né affezionatevi troppo ai personaggi.
 I racconti sono sequenze di vita degli altri e Tondelli sembra farci scorgere quello che è stato, come dal buco di una serratura, in maniera furtiva, e quindi non ci dà il permesso di rimanere lì a vedere come và a finire. Ho davvero poco da dire su questo romanzo che altri non è che una raccolta di pezzi di vita, di racconti, di gente forse davvero esistita: è per questo motivo che ho deciso di estrapolare alcuni brani e di farveli leggere cosicchè possiate decidere da voi se questo libro merita di esser letto. Detto ciò, il mio voto è un 7, ma solo perché in alcuni passaggi è davvero triste, e se siete già malinconici non ve lo consiglio. Non me ne vogliate ma, almeno questa volta, il mio compito finisce qui.  Buona lettura!

Brani tratti dal racconto “Viaggio”

“E allora sembra che piano piano tutto passi, ma si sa bene che non basta dire due parole o inventare uno scherzetto o fare una rima sciocca, e che quando uno ci ha i cazzi suoi, be’ sono veramente suoi, non c’è da fare un cazzo, manco gli stoici gli epicurei o i filosofi, niente. Non si può impedire a qualcuno di farsi o disfarsi la propria vita, si tenta, si soffre, si lotta ma le persone non sono di nessuno, nel bene e nel male.”

“Caro Dilo, ti lascio che sono stato tanto bene assieme a te come mai mi era accaduto e non importa che ora ti dica quanto ti ho amato e ti amo, perché sai benissimo che non appena riguardi a quello che siamo stati, li trovi facilmente i segni del nostro amore. Sono tutti lì che dicono ciao a me che me ne vado perché proprio non ce la faccio a immaginarmi il tempo dello squagliamento e del deterioramento, con te che arriverai qui e comincerai a cancellare tutto e io non voglio che si apra la battuta di guerra, tutti e due lasciati a stracciare le belle cose che siamo stati, c’è solo tristezza quando si finisce una storia come la nostra, lasciamola dunque così, io non voglio infierire.”

Brano tratto da “Autobahn”


“Ma ci son notti o pomeriggi o albe o anco tramonti, anche questo dovete imparare, che succede il Gran Miracolo, cioè arriva su quel rullo l’odore del Mare del Nord che spazza le strade e la campagna e quando arrivi senti proprio dentro la salsedine delle burrasche e dell’oceano, e persino il rauco gridolino dei gabbiani e lo sferragliare dei docks e dei cantieri e anche il puzzo sottile delle alghe che la marea ha gettato sugli scogli, insomma ti arriva difilato lungo questo corridoio l’odore del gran mare, dei viaggi, l’odore che sento adesso come un prodigio e che sto inseguendo sulla mia ronzinante cinquecento con su gli scoramenti e dentro tanto vino e in bocca tanta voglia di gridare. Sono sulla strada amico, son partito, ho il mio odore a litri nei polmoni, ho fra i denti la salsedine aaghhh e in testa libertà.”




lunedì 24 giugno 2013

#5 Le Boudoir: intervista ad Alexia Oldini, regista

Intervista ad Alexia Oldini, 24 anni, regista


Giovani allo sbaraglio: ecco di cosa ci piace parlare ed ecco cosa mi viene in mente pensando ad Alexia Oldini. Una ragazza che dopo il liceo ha preso, ha mollato tutto e si è trasferita a New York inseguendo un sogno.. e spesso chi ci mette l'anima in quello che fa, riesce a realizzarlo. Solo chi si è trovato almeno una volta in un paese straniero, con nient'altro che la propria tenacia e voglia di farcela, può davvero capire che il difficile non è restare e lasciarsi trasportare alla deriva dalla marea comoda della quotidianità: il difficile è partire e decidere da soli quale sia la direzione che la nostra misera barchetta deve prendere. 


Ciao Alexia, siamo felici di riceverti nel nostro piccolo spazio dedicato alle personalità creative emergenti.  Le Boudoir di Born to be Wilde ti dà il benvenuto e siamo onorati del fatto che tu abbia accettato di rilasciare quest’intervista.  Non è cosa da tutti i giorni poter fare due chiacchere con gli addetti ai lavori di un’industria come quella del cinema, figurarsi una realtà come quella del cinema indipendente newyorkese: solitamente i registi sono piuttosto inarrivabili. C’era molta curiosità a proposito di questa intervista quindi diamoci dentro:


1. Quando hai deciso che “da grande” avresti fatto la regista? Perché?
Non penso ci sia stato un momento preciso nel decidere quale carriera intraprendere. Fin da una certa eta' si e' spinti verso certe formazioni professionali da diverse circostanze, siano famiglia o amici, o semplicemente ambienti di frequentazione. Ci si ritrova spesso a esser parte di gruppi, e tendenzialmente ad attaccarsi a ideali e aspettative non necessariamente personali, ma piu' rilevanti a un concetto di massa. Ovvero, studia, trova un lavoro, qualsiasi cosa possa spingerti ad esser economicamente indipendente. Prendere rischi spesse volte diventa un opzione non possibile. Penso che prima di aver deciso in cosa imbarcarmi, ho dovuto comprendere cosa invece non volevo per la mia vita. Vedere Films e' sempre stata la mia passione piu' grande, e penso che sia stata quasi una scelta naturale piuttosto che spinta da un dovere vero e proprio. Fare regia e' solamente stata la consequenza del voler fare films, un punto di arrivo alla realizzazione di cio' che volevo intraprendere piu' che un punto di partenza.

2. Raccontaci un po’ il tuo percorso formativo dopo il liceo, la cosiddetta “gavetta”.
Non mi sono mai trovata bene in ambienti restrittivi, ed e' cosi che per bene o male che sia ho sempre percepito gli ambiti scolastici. Il dover studiare per obbligo, il dover scrivere per obbligo, il dover leggere per obbligo, son sempre stati punti di scontro nella mia vita. Penso di aver imparato molte piu' cose per me stessa semplicemente prendendo volontariamente libri di studio, piuttosto che esser martellata da insegnanti o istruttori. Finito il liceo ricordo mi presi un bel anno sabbatico nel quale poter respirare arie nuove, e davvero capire cosa volevo dalla vita per me stessa. Trasferitami a New York ho frequentato un anno di studio per regia, e decisi che, invece di continuare gli studi dietro banchi e libri, sarebbe stato meglio poter partecipare e lavorare su sets, qualsiasi posizione lavorativa potessi trovare. Penso che non ci sia stata scuola migliore per me dell'imparare in prima persona sul campo.

3. New York: dopo Los Angeles, penso sia il sogno di ogni aspirante attore/regista. Che parole troveresti per descriverla?
Ti correggo, New York e' di gran lunga molto piu' tosta di Los Angeles, dove, al contrario, chiunque tu possa incontrare si consideri parte dell'industria cinematografica, o ti rimpilzano di falsi sogni e promesse. A NY trovo che sebbene il lavoro sia di meno, le cose siano molto piu' concrete. Se ce la fai a NY, ce la fai dovunque.

4. Quali sono le principali difficoltà per chi, catapultato dall’altra parte del mondo, si trova a cominciare tutto da zero?
Qualsiasi sia la carriera e formazione lavorativa che una persona possa intraprendere dall'altra parte del mondo, ovest o est che sia, penso che la parte piu' difficile sia il lasciare le persone con cui si e' cresciuti o passato un vita insieme. Il ricostruirsi e trovare le amicizie speciali. Bisogna stare focalizzati sui propri obiettivi, o e' facile farsi prendere da emozioni e lasciare il tutto. E' la questione del prendersi rischi; una volta oltrepassato un certo limite o si va avanti a pugni stretti o non ci son piu' scelte, perche' il tornare indietro non rimane piu' un opzione. Il tuo modo di vivere, vedere il mondo, e il come lo affronti, cambia totalmente, e credo che le memorie del proprio luogo di nascita rimangano esclusivamente idealizzazioni del passato o immaginazioni di memorie adattate al nostro nuovo essere.

5. C’è stato un momento dove ti sei detta “Basta, mollo tutto e torno a casa”? Se sì, come hai superato questo momento?
Penso la domanda/risposta si possa connettere bene alla precedente. Certo che si, capita, e spesso. Ma penso che quando ami profondamente quello che fai, certi momenti bisogna esser pronti ad affrontarli. Non penso ci sia un modo preciso o particolare del come io personalmente li abbia affrontati.. si affrontano. Un po di cioccolato forse aiuta?

6. Che tipo di cinema ti piace? Quali sono le tue fonti d’ispirazione?
Tutto il cinema e' arte. Ovviamente preferenze ci sono, ma di etichettarmi con precisione a particolari momenti nella storia del cinema e/o fonti di ispirazione credo sia limitativo. A livello di genere prediligo film drammatici, sia a livello di cinema indipendente che studios. Fonti di ispirazione sono davvero milioni, e non solo connesse al cinema. Personalmente penso che a livello creativo la miglior fonte di ispirazione siano i bambini piccoli. Da adulti ci dimentichiamo come giocare con la nostra immaginazione, e “vedere” cose anche quando in realta' non c'e' proprio nulla da vedere. Se molti piu' artisti possedessero la creativita' di un bambino, sarebbero migliori su molte piu' circostanze. Se un artista potesse mescolare la creativita' di un bambino con le esperienze piu' amare di un adulto, penso ci sarebbe un scelta piu' vasta di prodotti validi nel mercato. 

7. Cosa vuoi trasmettere con i tuoi film?
Dipende dal genere, concetto, e personaggi. Qualsiasi sia, penso che la cosa che mi diverta di piu' sia il cercare di dare allo spettatore qualcosa di inaspettato. Non dargli mai quello che lui pensa stia per arrivare.

8. Qual è stata la soddisfazione più grande della tua carriera?
Quello che sto costruendo non riesco ancora a definirlo come una carriera. Mi suona arrogante. La soddisfazione piu' grande e' quella del poter andare avanti giorno per giorno facendo quello che e' la mia passione.

9.  Parlaci dei tuoi progetti: presenti e futuri..
Il mio presente e' quello a cui lavoro costantemente. Sfortunatamente in questo tipo di industria e' difficile poter pianificare per un futuro lontano. Davvero non si sa mai cosa possa capitare dall'oggi al domani. Ma so che se oggi “faro' bene” domani spingero' perche' vada sempre meglio! Il mio progetto e' quello di continuare a fare questo per il resto della mia vita e il non dover esser spinta a dirigermi verso altri campi per tirare avanti.

10. Ti senti di ringraziare qualcuno per essere dove sei arrivata?
No. AHAH Me stessa, chiunque mi abbia sempre detto che non valevo nulla e che non avrei mai fatto niente nella mia vita basandosi puramente sui loro pensieri limitati e primitivi, e mia madre per avermi dato il suo carattere di coccio.

11. Che consigli dai ai nostri lettori-aspiranti registi?
Dovrei dare consigli a chi vuole diventare competizione?! Preparati a mangiar fango, giorni di 48 ore, e stanchezze irrecuperabili. Non farti mai tirar giu' dalle critiche, vai per la tua strada, e sii sempre convinto. C'e' da sgomitare!!!

12. Domanda di rito per gli intervistati di Born to be Wilde: libro preferito e perché?
E' un po come chiedere film preferito. Ce ne sono talmente tanti che e' impossibile sceglierne uno.  Oltretutto vorrei astenermi dal rispondere poiche' i libri che leggo definiscono le mie visioni politiche, che non vorrei precisare. 

13.  Ci saluti con un tuo motto?
Non ti aspettare mai che le cose ti siano servite sotto il naso, se le vuoi lavora per ottenerle! (e' un motto? Boh..)


E anche per oggi è tutto. Vi lascio con i trailer dei suoi due film e una sua pic. Enjoy :)


TO REDEMPTION -official trailer-








venerdì 21 giugno 2013

#4 Le Boudoir: intervista ad Antonio Schiena, scrittore

Intervista ad Antonio Schiena, 21 anni, scrittore


Se siete dei  fans accaniti di Facebook, sicuro almeno una volta avrete condiviso uno dei suoi arguti aforismi o una delle sue taglienti battute sulla vita quotidiana: pillole di sarcasmo o sana ironia che spesso aiutano le persone a svegliarsi con un sorriso quando scorrono la pagina di Facebook. Ma  Antonio Schiena non è solo fautore di proverbi e immagini ironiche, è anche uno scrittore emergente con all’attivo un libro e mezzo (uno è in fase di pubblicazione) ed è per questo che ho deciso di invitarlo qui a Le Boudoir: chi nel suo piccolo non sogna di scrivere un romanzo?


Ciao Antonio, innanzitutto grazie per aver accettato l’intervista, siamo contenti di avere la testimonianza di un “collega” a supportare il nostro piccolo sforzo nel dare visibilità a personalità creative emergenti. Dato che sempre più persone affermano di sentirsi “scrittori”, siamo curiosi di sapere il percorso ideale che si dovrebbe seguire e dato che tu sei già a buon punto su questa irta strada, ti va di raccontarcelo? Cominciamo!

1.       Parlaci un po’ di te, del tuo percorso formativo, di quello che fai..Presentati a chi non ti conosce ancora.
Parlare di me è una di quelle cose che non sono mai riuscito a fare come si deve. Sono nato a San Marco in Lamis, un paesino sul Gargano. Quattro anni fa mi sono trasferito a Roma per gli studi universitari. Nel tempo libero cerco di mandare avanti la mia passione per la scrittura. Dopo la pubblicazione del primo romanzo ho cercato di crearmi un piccolo spazio su Facebook, convinto che l’interazione diretta che crea il social network sia fondamentale. Devo ammettere che il riscontro è stato soddisfacente, più del previsto, e forse è proprio grazie a questo riscontro che ora sono qui a rispondere a queste domande.

2.       Quando hai cominciato a scrivere non solo per te stesso ma per gli altri?
Non penso di aver mai scritto solo per me o solo per gli altri. Non mi sono mai posto questo problema. Il periodo in cui ho iniziato a scrivere il mio primissimo romanzo, tempo fa, cercavo di curare anche il mio blog personale. Il blog era più intimo del romanzo, naturalmente, ma ero pur sempre consapevole che qualcuno avrebbe letto quelle parole, così come il romanzo lo scrivevo per puro divertimento, ma la voglia di conoscere il parere di chi l’avrebbe letto c’è sempre stata. Per cui direi che le due cose hanno sempre convissuto, e continuano felicemente a convivere.

3.       Che effetto fa avere migliaia di persone che ragionano e interagiscono sui pensieri che scrivi?
È inutile negare che è molto piacevole e stimolante. I commenti positivi sono quelli che ti spingono ad andare avanti quando il solito pensiero “è tutto inutile” torna alla mente.

4.       Sappiamo che non ami definirti scrittore ma semplicemente un ragazzo a cui piace scrivere. Ma per te cosa significa essere scrittore?
Questa è una domanda che mi sono fatto più volte senza mai giungere a una vera e proprio risposta. Dopotutto scrittore è colui che scrive, per cui lo siamo un po’ tutti, ma ho sempre l’impressione che sia la definizione sbagliata. Per adesso però una risposta concreta non sarei proprio in grado di darla.

5.       Qual è l’autore che più ti ha influenzato a livello stilistico? E sul piano del genere narrativo?
Trovarne uno solo è sempre difficile. Ho letto molto e penso che ogni autore, a suo modo, mi abbia lasciato qualcosa. A livello stilistico direi che Francis Scott Fitzgerald forse mi ha lasciato più di altri, così come Pessoa e Dostoevskij, mentre per quanto riguarda il genere narrativo un ruolo fondamentale l’hanno avuto Agatha Christie e John Grisham.

6.       Hai già pubblicato un libro, L’appetito dei sensi,  e a breve ne uscirà  un altro, Un gioco da ragazzi. Ti va di parlarcene?
Parlare dei propri libri, per quanto possa sembrare assurdo, è sempre difficile. L’appetito dei sensi l’ho scritto in poco tempo. È nato con un racconto. Il risultato però mi ha soddisfatto più del previsto, così ho provato a inviarlo a qualche editore e, avendo ricevuto varie proposte interessanti, ho deciso di pubblicarlo. Inoltre era il primo libro pubblicato, per cui l’entusiasmo era alle stelle. Con Un gioco da ragazzi sono entusiasta allo stesso modo, ma so anche meglio come muovermi. A dire il vero l’ho scritto un anno prima de L’appetito dei sensi, ma è di quei romanzi che è meglio lasciar riposare un po’. Così l’ho ripreso in mano dopo un po’, ho corretto tutto ciò che non avrei mai notato subito dopo averlo scritto, e ho dato il via alla pubblicazione anche per questo. Entrambi thriller, per quanto non del tutto affini ai thriller che si trovano oggi in libreria. Nel senso che, dopo aver letto tanti thriller, la voglia di scrivere qualcosa di diverso, che non ricadesse nei soliti cliché del genere, era tanta, e sinceramente credo proprio di esserci riuscito.

7.       Tutti pensano che sia facile scrivere: mi siedo, comincio a scrivere sul computer quello che mi suggerisce la fantasia e divento scrittore. Non funziona proprio così, infatti spesso un libro richiede uno studio approfondito di mesi a volte, giusto per sapere di cosa si scrive. Che ne pensi? Quanto tempo richiede lo studio del contesto o della caratterizzazione dei personaggi?
Direi che è un concetto che cambia di volta in volta. Sostanzialmente scrivere sta proprio nel sedersi e premere le lettere sulla tastiera. Almeno quando si ha l’ispirazione e l’idea è nitida nella propria testa. Anche perché ci si augura che l’autore scriva di ciò che sa, per cui anche lo studio che c’è dietro (e deve sempre esserci) non dovrebbe richiedere tempo eccessivo. Chiaramente escludendo libri storici o d’inchiesta. E più o meno credo la stessa cosa per il contesto e la caratterizzazione dei personaggi. Il contesto dovrebbe sempre essere uno che lo scrittore conosce bene, solo così può risultare vero, altrimenti diventerebbe solo un esercizio di stile e ricerche, che a prescindere da tutto daranno sempre al libro un atmosfera finta. I personaggi, almeno nel mio caso, sono sempre nati nella mia testa belli e pronti, soprattutto dal punto di vista psicologico, per cui non mi sono mai posto il problema.

8.       Quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato nella stesura dei tuoi libri?
Sarò banale ma la vera grande difficoltà è l’inizio. In genere abbozzo tutto su qualche quaderno, poi quando è il momento di concretizzare il tutto non riesco. Mi blocco. E capita spessissimo. Se però, per fortuna, riesco a sfondare la soglia delle 20 o 30 pagine word, allora il grosso è fatto e tutto prosegue con una fluidità rassicurante.

9.       Molti dei nostri lettori sono appassionati di scrittura come noi e sicuramente la maggior parte è alle prime armi, quindi lo chiediamo a te: come si pubblica un libro? Quali sono gli step principali?
Gli step, se vogliamo, sono pochi. Ognuno però ha la sua bella durata. Il primo è ovviamente la scrittura del libro, che è la fase più veloce e più piacevole.
Poi, dopo aver terminato il libro e aver aspettato qualche mese, correggerlo da cima a fondo. Questo punto potrebbe durare davvero tanto.
Quando si è convinti del risultato, allora è il momento della scelta dell’editore. Gli editori onesti (e soprattutto free) in Italia sono tantissimi, per cui bisogna decidere a chi inviarlo e perché. La scelta è vastissima e ogni scrittore sceglierà quelle che preferisce in base ai propri criteri. Dopo l’invio, l’attesa media delle risposte è dai 6 ai 15 mesi, per cui armatevi di pazienza. Molta pazienza.
Quando (e se) arriverà la proposta che più si ritiene adatta, si firma il contratto e inizia la collaborazione con l’editore, che ci si augura esista soprattutto per la pubblicità post-pubblicazione, altrimenti riuscire a crearsi uno spazio, o comunque ottenere un minimo di visibilità, risulterà comunque un traguardo irraggiungibile.
In poche parole tocca essere molto pazienti e consapevoli che, per quanto sia un mondo difficile, le strade ci sono. Bisogna solo saper riconoscere quelle migliori e darsi da fare .

10.   Secondo te servono i cosiddetti corsi di “scrittura creativa”?
Su questo proprio non posso esprimermi perché non ne ho mai frequentato nessuno, né mi sono mai informato a riguardo. Per cui davvero non saprei su cosa basare la mia opinione.

11.   Come saprai oggi assistiamo al boom degli ebook:  generalmente un mucchio di narrativa cheap di scarsa qualità. Come facciamo noi lettori ad orientarci in questa vera e propria giungla, dove chiunque può essere scrittore grazie alla messa online del proprio ebook, secondo te?  Quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi del boom degli ebook?
Sarò uno dei pochi, ma ancora non ho mai comprato un ebook in vita mia. Non perché li disprezzi o altro, semplicemente non ho ancora avuto lo stimolo adatto. Per ora preferisco comprare il libro cartaceo e poi riporlo in libreria. Prima o poi sicuramente comprerò un ebook reader, e a quel punto saprò dire qualcosa in più.

12.   Cartaceo o ebook? Perché?
Come gusto personale, ripeto, il cartaceo. Se si parla invece di utilità direi entrambi. Rappresentano comunque due forme diverse della stessa cosa. E qualunque novità spinga a leggere di più, soprattutto in Italia, non merita davvero di essere snobbata.

13.   Vista la crisi che da un decennio a questa parte sembra aver messo a dura prova il mondo dell’Editoria, che soluzioni proporresti per incrementare il numero di letture annuali dell’italiano medio?
Questa domanda è difficilissima. Però direi che più che un problema dell’editoria, si tratta di un vero e proprio problema culturale. Bisognerebbe trovare il modo non tanto per vendere più libri, quanto per far appassionare più gente alla lettura. E se conoscessi questo modo, chiaramente ora l’avrei brevettato e sarei un uomo ricco.

14.   Domanda di rito per gli intervistati di Born to be Wilde: libro preferito e perché?
Ovviamente Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie. Sia perché ha una trama perfetta, sia perché è forma il primo romanzo che ho letto e che quindi mi ha fatto appassionare alla lettura quando ero piccolo. Esiste una strana forma di affezione per quel libro che sicuramente non verrà mai rimpiazzata da nessun altro. E, per curiosità, il mio blog di intitola “L’isola di Mr. Owen” proprio come richiamo all’isola e al protagonista di quel romanzo. 

15.   E anche stavolta siamo giunti al termine: ti va di salutarci con un motto o con una frase che ti rappresenta?

Oddio, non ho mai pensato a un motto, forse non sono il tipo. Intanto vi saluto tutti e vi ringrazio immensamente per avermi contattato per questa intervista, e vi lascio con la prima frase scritta su Facebook, che ha dato il via per avere la visibilità che poi sono riuscito ad ottenere, per cui mi auguro continui a portarmi bene: “Finalmente credi di essere felice, e invece sei solo ubriaco”.
Eppure adesso sono abbastanza convinto di essere davvero felice. Mi auguro di non svegliarmi domattina con un gran mal di testa e i ricordi sbiaditi.


Vi lascio con la copertina de "L'appetito dei sensi" e una bella immagine del nostro scrittore emergente.







Se inoltre vi va di scoprire di più su questo autore, vi lascio l'indirizzo della pagina facebook e del suo blog personale.